Quando la persona è al centro, nasce la “me economy”

da Redazione | 25 Giugno 2024 | Direction, People |

Che cosa succede se la priorità di chi lavora non è più soltanto l’avanzamento di carriera o un guadagno sempre più elevato, ma un miglior equilibrio tra tempo dedicato alla vita privata e un percorso di crescita personalizzato che tenga conto delle potenzialità e delle capacità del singolo? Senza dubbio si tratta di una rivoluzione importante nel modo di considerare e di vivere il lavoro, che fino a pochissimo tempo fa rappresentava il centro della vita degli individui. Secondo le rilevazioni del Censis relative al 2023, il 62,7% delle persone ritiene che il lavoro non sia più la prima priorità, e il 67,7% degli occupati vorrebbe diminuire il numero di ore dedicate al lavoro.

Una questione di genere…

Questa tendenza a voler decidere in prima persona il tempo e le modalità del lavoro ha preso il nome di “Me Economy”** e riguarda soprattutto le donne, se si pensa che solo il 7% di loro, secondo la ricerca globale di ManpowerGroup The Age of Adaptability si dichiara favorevole a un’occupazione a tempo pieno che non contempli il lavoro da remoto.

Oggi c’è fortunatamente un’inversione di tendenza rispetto a quanto era accaduto nei due anni della pandemia, in cui si era registrato un drastico calo nell’occupazione femminile. Con una percentuale di occupate pari al 53,4% siamo tornati infatti ai livelli pre-covid ma si tratta di una buona notizia solo a metà, se si raffronta questo numero alla percentuale di occupati maschi (oltre il 70% nel 2024) o a quella delle donne negli altri Paesi europei (media del 67%).

Da questo punto di vista la “me economy” – incentrata sull’ascolto dei bisogni personali – potrebbe essere uno strumento capace di aiutare a colmare il gender gap, sempre che la flessibilità non sia soltanto una scusa affinché la donna possa sobbarcarsi, oltre al proprio lavoro, anche tutto il lavoro di cura, che è spesso ciò che porta a rinunciare alla carriera.

…e generazionale

Ma la “Me economy”, oltre a essere una questione di genere è anche una tematica generazionale: flessibilità di orario e attenzione ai bisogni individuali sono tra le principali rivendicazioni della Generazione Z. Una settimana più breve, la possibilità di lavorare da remoto, poter decidere autonomamente gli orari di lavoro sono le richieste tipiche da parte degli esponenti della Generazione Z, insieme alla possibilità di percorsi di carriera personalizzati e progetti formativi costanti. Tutte cose di cui le aziende dovranno tener conto se vorranno essere competitive nell’attrarre e nel trattenere i talenti.

La dimensione collettiva: un ricordo del passato?

Una riflessione si impone: che fine farà, alla luce di tutto questo, la dimensione collettiva dei lavoratori che tanta importanza ha avuto in passato? Si penseranno a nuove forme di collaborazione  e di socialità o si andrà inevitabilmente verso un individualismo sempre più marcato?

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